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Da alcuni anni la comunità parrocchiale di Porto S.Stefano, insieme ad altre parrocchie, alla Caritas, alle Amministrazioni comunali della Costa d’Argento, ad alcune associazioni umanitarie e di volontariato e privati cittadini è fortemente impegnata in progetti di solidarietà e sviluppo a favore delle popolazioni del Burkina Faso, paese dell’Africa sub-sahariana tra i più poveri del mondo. In Burkina operano da quarant’anni i Padri Camilliani, un ordine religioso missionario fondato da S.Camillo de Lellis. Tutta la loro attività ha come centro la Parrocchia di S. Camillo (paroisse Saint Camille), con la chiesa, i locali per le attività religiose, la casa dei Padri e delle suore e soprattutto il Centro Medico “San Camillo”composto da vari reparti che negli anni sono stati sempre più resi funzionali alle esigenze della popolazione (maternità, pediatria, pronto soccorso, sale operatorie, laboratori di analisi, farmacia, prima accoglienza per i malati di AIDS): tutto questo insieme di edifici è chiamato “la cittadella intorno al pozzo” (vedi articolo sotto).   La presenza cristiana e sanitaria dei Camilliani è a servizio della popolazione perché qui sono presenti quasi tutte le patologie conosciute in Africa: malaria, colera, tubercolosi, febbre gialla, meningite, tifo, polio, il morbo di Hansen o lebbra, e oggi soprattutto l’Aids, che proprio qui nell’Africa sub-sahariana colpisce la popolazione più giovane falcidiando la manodopera lavorativa e riducendo a 47 anni la speranza di vita.  

CENTRE MEDICAL SAINT CAMILLE a Ouagadougou, ospedale comprendente un reparto di maternità, pediatria, laboratorio di analisi, farmacia, pronto soccorso e un primo ambulatorio di accoglienza e visita per i malati di AIDS. Il Direttore sanitario di questo Centro che veda la collaborazione delle Suore camilliane e l’apporto di numerosi infermieri e personale laico è Padre Salvatore Pignattelli.

C.A.S.O. NOTRE-DAME de FATIMA a Ouagadougou, Centro di accoglienza residenziale per malati terminali di AIDS e malati di lebbra (morbo di Hansen). Inaugurato due anni fa questo centro è all’avanguardia per la cura e l’accompagnamento umano dei malati. Responsabile del centro e vero motore della carità cristiana per le anguste e polverose strade e capanne di Ouaga è fratel Vincenzo Luise, napoletano e per questo chiamato “il camorrista di Dio” (vedi articolo sotto).

CENTRE MEDICAL - OSPEDALE di Nanoro inaugurato nel gennaio 2002, a sostituzione di un piccolo dispensario non più sufficiente considerata l’area assai vasta della popolazione che vi faceva e fa tuttora riferimento. Il centro è attualmente diretto da Padre Gilbert Compaorè, religioso uno dei primi camilliani del Burkina Faso, coadiuvato da infermieri e da un chirurgo italiano e dall’anno scorso da una piccola comunità di suore camilliane.

  Sosteniamo queste strutture attraverso volontari e tecnici che ogni anno si recano sul posto per la manutenzione e la formazione e una diretta esperienza della vita missionaria. Inoltre ci impegniamo nella raccolta e spedizione tramite container di vario materiale (pannelli solari, pompe, generatori di corrente, infissi, sanitari, attrezzature elettriche e edili, medicinali, vestiario, materiale didattico, alimenti).

 

Oltre alla collaborazione con i Padri Camilliani, dal 2002 l’attenzione e le attività di promozione e solidarietà si sono allargate ad altre realtà del Burkina Faso, in zone più periferiche ai limiti del deserto del Sahel. Attraverso l’istituto delle adozioni scolastiche garantiamo la scolarizzazione, quindi lo sviluppo e l’educazione sanitaria, sociale, culturale di alcuni villaggi della savana. Oltre alla quota annuale (155 €uro) nel container che ogni anno inviamo in Burkina spediamo vario materiale scolastico e attrezzature necessarie all’attività didattica e ricreativa. La Direzione della scuola garantisce l’equa distribuzione ai ragazzi (compresi quelli che non ricevono il denaro dell’adozione). L’adozione scolastica permette alle famiglie di comunicare con i ragazzi e la scuola stessa attraverso lettere o disegni (per i bambini più piccoli), anche se ciò risulta particolarmente difficile considerate le condizioni sociali e ambientali di questi villaggi in piena savana o deserto, lontano anni luce dai nostri “minimi standard” di vita. Per i bambini della savana la posta, i francobolli sono realtà sconosciute: dobbiamo pertanto far intervenire la scuola e le suore che ogni tanto riescono a raggiungere la città e svolgere questo servizio. C’è anche un altro problema: la posta arriva solo in città e quindi per ritirarla le famiglie e i ragazzi avrebbero enormi difficoltà senza l’aiuto e la disponibilità delle suore responsabili della struttura scolastica.

 

Due precisazioni: in Burkina lo Stato laico vede con buon occhio le scuole cattoliche (che peraltro seguono in tutto e per tutto il piano di studi nazionale e sono continuamente sotto la direzione statale sia nella nomina degli insegnanti sia nell’organizzazione didattica); la scuola anche quella “cattolica” accoglie bambini e ragazzi di qualsiasi credo religioso, non solo i cattolici. Le stesse adozioni che noi promuoviamo riguardano indistintamente cattolici, mussulmani o appartenenti alla religione tradizionale africana (animisti): anche attraverso la scuola, quindi l’educazione e la crescita formativa, si contribuisce ad una piena tolleranza fra le religioni e una integrazione sociale e civile fra diverse confessioni religiose o anche etnie.  

Nostri referenti per il progetto delle adozioni a distanza sono in particolare:

- SCUOLA Elementare di Tougouri  attraverso le adozioni scolastiche a distanza e a fianco della scuola il Centro nutrizionale (CREN) per bambini prematuri o abbandonati che le Suore Domenicane della Presentazione con suor Maria e suor Edwige dirigono in mezzo a tante difficoltà.

- DIOCESI DI OUAHIGOUYA, al nord in una zona particolarmente segnata dalla siccità, vari progetti di formazione e promozione scolastica in collaborazione con l’OCADES (Caritas) diocesana. Assieme a questi progetti di adozione scolastica, ci siamo impegnati alla ristrutturazione di un piccolo presidio sanitario, il Centre Medical Notre-Dame de la Misericorde di Bam-Kongoussi.

Nel 2006 l’impegno della solidarietà e cooperazione missionaria si è allargato al Mali, a nord del Burkina Faso e in particolare con la Diocesi di Mopti (grande quanto l’Italia con appena sei parrocchie) attraverso la persona del vescovo diocesano Mons. Georges Fonghoro

La Parrocchia di Porto S. Stefano ha costituito al suo interno un gruppo di persone denominato “Gruppo-Missione Burkina Faso” che collaborano con il Parroco e Legale rappresentante don Sandro Lusini per tutto quanto riguarda le attività di aiuto, solidarietà e promozione inerenti al Burkina Faso e ai vari missionari, italiani e africani, che sul posto realizzano e seguono i vari progetti di tipo religioso (evangelizzazione), educativo (scuole e atelier di artigianato) e soprattutto sanitari (ospedali, lebbrosario, centro per malati di AIDS, dispensari).

Per informazioni circa il Progetto Missione/Burkina Faso:

Lusini don Sandro - 0564 81.29.36 - 338-3990731 E_Mail :  parr.santostefano@tiscali.it

per contributi :

IBAN IT 51 A 01030 72302 000000938413 c/o Monte dei Paschi di Siena - Filiale di Porto S. Stefano

intestato a Parrocchia S. Stefano Protomartire - Progetto Missioni

SquadraPaese dell’Africa occidentale e sub-sahariana confinante con il Mali, Costa d’Avorio, Ghana, Togo, Benin, Niger, colonia francese divenuta indipendente nel 1960, assume il nome attuale di Burkina Faso che nelle due lingue più diffuse, il morè e il dioula, significa "Paese degli uomini liberi" nel 1984, sotto la presidenza di Thomas Sankara, capitano dell’esercito molto amato dalla popolazione, soprattutto dai giovani, per il suo carisma e per il suo "rivoluzionario" programma di governo, brutalmente assassinato da un colpo di Stato nell’ottobre del 1987 ad opera di un gruppo di ufficiali dell’esercito capitanati dall’attuale presidente Blaise Compaorè.

Paese economicamente povero e privo di risorse alternative a quelle agricole e dell’allevamento, senza sbocchi al mare, è un altopiano desertico o semi-desertico (savana), divenuto famoso per le cronache giornalistiche nel 1973: tutto il mondo parlò del Sahel. Una terribile siccità si abbattè su questa regione, costringendo migliaia di persone, con il loro bestiame, a fuggire dai villaggi del nord alla ricerca di un po' di cibo e di acqua.

Oggi la situazione è pressocchè identica, il paese è ancora segnato dalla mancanza d’acqua e dalla desertificazione, da malattie vecchie come la lebbra e la malaria e malattie nuove come l’Aids, da un progresso limitato, da scarsi investimenti, da una modesta industria e da un’agricoltura ancora gestita in maniera tradizionale, i cui prodotti principali sono il miglio, sorgo, mais, arachidi, riso, shea (albero del burro), sesamo, cotone, e dall’ allevamento del bestiame, soprattutto bovino.

Alcuni dati statistici (fonte ONU settembre 2005)

Superficie: 274.200 Kmq  Capitale: Ouagadougou

Abitanti: 11.800.000

Densità: 31 abitanti/Kmq - Tasso d’Urbanizzazione: 9%

Reddito annuo lordo pro-capite: 1.120 $ USA - Moneta: Franco CFA

Vita media: 48 anni - Tasso mortalità infantile: 14,5%

Tasso di alfabetizzazione: 25% 

Classifica ONU in base all’indice di sviluppo umano: 175° posto su 177

Religione: culti animisti 65% - islamismo 25% - cristianesimo 10%

Lo si potrebbe dire “un barbone tra i barboni”, ma anche uno che si fa  lebbroso tra i lebbrosi”, tanto si identifica con le loro ferite.  Burbero, ma capace di una carezza. Prepotente, ma che si disfa il cuore in  mille pezzi per una folla di “streghe”, anziane donne cacciate dai villaggi che accoglie insieme a tantissimi altri malati mentali, ultimi tra gli ultimi. Che rispondono  sempre con un largo sorriso. Basso, tarchiato, capelli bianchi lunghi e incolti, barba altrettanto lunga e altrettanto incolta: fratel Vincenzo Luise sembra uscito da un film d’avventura. E in effetti la sua vita è stata un’avventura, al  servizio di Dio e dei fratelli più poveri.

Nato a Napoli, anzi a Spaccanapoli, da ragazzino era la disperazione di sua madre. Sempre in giro con una “banda” di altri  ragazzini, prepotente, selvaggio “Ero un vero camorrista”, dice di sé.  Poi l’incontro con il Signore, come sulla via di Damasco, improvviso. Un vero rovesciamento di tutte le prospettive. Decide di farsi camilliano. Nessuno crede che durerà nel suo proposito. “Invece eccomi qui, camilliano al cento per cento; in missione, come avevo desiderato”.  Lui non lo sa, ma è rimasto un camorrista, solo che oggi è un “camorrista di Dio”. Selvaggio, prevaricatore, simpatico, cuore aperto, mani bucate, sciatto nell’abbigliamento, la veste sempre di traverso,  anche se è “legata” in vita da un’alta cinta di cuoio grezzo.

Incredibilmente disordinato: nel suo studio-magazzino-rifugio, dove approdano tutti i disperati del mondo in cerca di cibo, di cure, di  attenzione, sono ammassati alla rinfusa sacchi di riso e miglio, scatole di siringhe usa e getta, medicinali, zucchero, caramelle, carta, i più incredibili attrezzi, lampadine, penne a sfera, quaderni di scuola,  strumenti musicali… Dal fondo buio degli angoli, può venir fuori di tutto!  La sua fede è tumultuosa come la sua vita.

La giornata di fratel Vincenzo Luise comincia presto al mattino, con la liturgia  delle ore e la santa Messa, in comunità. Poi, dopo aver preso in piedi una tazza di caffè, schizza fuori, salta (letteralmente, nonostante età e stazza) sul suo fuori strada, carico di siringhe, di sacchetti di riso e di antibiotici, tutto buttato lì alla rinfusa, i vetri  sempre coperti di polvere rossa, il pavimento sempre coperto di piccoli  sassi e mercanzia varia raccattata qua e là… insomma un’auto assolutamente in linea con il guidatore. E guidando spericolatamente per le intasatissime e sporche strade di Ouaga, comincia il suo giro quotidiano.  Nel suo mondo. Il mondo dei poveri.

Prima controlla lo stato di avanzamento degli ultimi lavori della Casa di accoglienza (C.A.S.O.) per ammalati di AIDS abbandonati. Dà istruzioni al  geometra e al capocantiere, controlla che non abbiano rubato materiali e se ne va  infilando giaculatorie con lo stesso tono che se fossero imprecazioni. Ancora sul fuori strada e giù, verso un gruppo di case della periferia. “Qui ci sono ancora lebbrosi, e mica pochi”. Entra nelle case, i bambini gli corrono incontro e gli si  appiccicano alla veste. Gli adulti, più rispettosamente, lo salutano con rispetto. Fratel Vincenzo per tutti ha una battuta, una carezza, un sorriso.             Medica piaghe che arrivano alle ossa, ferite antiche che non si rimargineranno mai. Consola mamme preoccupate. Invita altre, troppo giovani per avere coscienza dei pericoli, a preoccuparsi della febbre, troppo alta, di un bimbetto. “Torno nel pomeriggio con la medicina. Ma tu ricorda di dargliela regolarmente!”.

Ancora sul fuori strada; si riattraversa il centro della città  per arrivare ad un altro quartiere periferico. Altre famiglie povere. Altro stuolo di bimbi che vorrebbero saltare sul fuori strada. Anche qui  lebbrosi da medicare. Ce n’è uno di cent’anni, che non sente e non vede più. È ormai un mozzicone d’uomo che non vuole ancora spegnersi: mistero della vita. Nessuno lo pulirebbe e lo nutrirebbe se non ci fossero i giovani volontari di fratel Vincenzo.

Altro giro, altro regalo: ora fratel Vincenzo corre lungo il barrage che raccoglie l’acqua che disseta la città, acqua sporca, marrone, con nuvole d’insetti e zanzare. Con la mano indica una serie di campicelli, proprio lungo la diga, li indica con orgoglio. “Vedete? Sono i campi dei lebbrosi. Ciascuno ne ha un pezzo e ci coltiva  piante ornamentali, ortaggi, frutta che poi vende. Così ci ricava da  vivere con la famiglia…”.

Ma il giro non è concluso, ci sono ancora le “streghe”. Sono povere vecchie, cacciate dai propri villaggi perché accusate di essere delle féticheuses e di fare “fatture a male”. Vecchie innocue, quasi tutte un po’ fuori di testa, quindi non in grado di  gestirsi. Le ospita in un’officina abbandonata: una serie di capannoni bui, in cui queste poverette vivono alla meno peggio.  Coltivano arachidi, filano cotone, tessono stuoie. È il Centre Delwende di Tanghin. La direzione è affidata a due suore dell’Immacolata Concezione di Ouaga, una congregazione africana fondata nel 1963. Insieme alle anziane, c’è anche un gruppo di 50 uomini, tutte persone con forti disturbi mentali, confinati qui e praticamente abbandonati senza cure. Vivono in gruppi di casette costruite dalla  Caritas italiana. Fratel Vincenzo porta medicinali, viveri, allegria, a questi poveri fra i più poveri. Per tutti ha una battuta, una carezza. Le povere bocche sdentate ridono felici. Qualcuno si occupa ancora di loro, anche se  sono le “streghe di Tanghin”. Dopo le “streghe" il giro è davvero finito. Ma non per fratel Vincenzo: la preghiera, il vespro con gli altri camilliani della comunità, un  po’ di cena, in fretta, e poi di nuovo via, sulla fuoristrada ansimante, chissà verso quale meta, quale volto da soccorrere, quale occhi da incontrare... soprattutto da amare. Lui, il camorrista di Dio

OUAGADOUGOU - Nell’ampio spiazzo che idealmente tiene uniti la chiesa parrocchiale, i foyers per gli studenti, il Centro medico, le case parrocchiale e dei religiosi, in una posizione un po’ eccentrica, si vede un’alta ruota metallica: è il segno e lo strumento del grande pozzo al quale vengono ad attingere acqua molti abitanti del quartiere circostante (inutile dire che l’acqua potabile a domicilio è ancora un sogno!), uno dei più vasti della capitale del Burkina Faso. Come accade in tutti i territori flagellati dalla siccità, il pozzo è ben più che il luogo dove attingere acqua. È anche un luogo di ritrovo, di socializzazione: si riempiono i secchi, le taniche e ci si scambiano  notizie e informazioni.

Il pozzo è stato scavato dai Padri Camilliani, che l’hanno subito messo a disposizione di tutti. L’acqua che vi si attinge viene dalle profondità della terra ed è buonissima e fresca, costantemente controllata dal punto di vista igienico-sanitario. Già, perché questo è l’assurdo: una terra così secca, quasi desertica, frustata periodicamente dall’harmattan, che tormenta uomini ed animali per la sabbia fine e penetrante che trasporta, praticamente fa da coltre (e forse protezione) a grandi riserve idriche. È la mancanza di mezzi che impedisce di scavare il numero di pozzi necessari ad abbeverare la popolazione e ad assicurare i servizi igienici.  Si sa che l’acqua è vita. Per questo il pozzo sul sagrato è un simbolo potente per rappresentare una realtà davvero singolare: il Centro medico (Centre Médical Saint Camille) istituito dai missionari.

Il clima molto caldo (in estate si arriva a punte di 45° - 50°)  suggerisce di sfruttare le ore più fresche della mattina. Così fin dalle prime ore reparti, corridoi, cortili interni, viali di comunicazione del Centro si riempiono di un’incredibile quantità di persone: mamme con i loro piccolini appollaiati sul dorso o attaccati al seno, papà con i più grandicelli per mano, uomini e donne, giovani e vecchi, per lo più malati in cerca di diagnosi o terapie. Alcuni arrivano su scassati furgoni che fungono da ambulanze o su ancora più scassati taxi, per ottenere un ricovero. Altri hanno bisogno di interventi ambulatoriali, o di ricerche di laboratorio, oppure ancora di medicine gratis.   La stragrande maggioranza è gente povera, che i camilliani curano a titolo gratuito: qui ogni giorno arrivano circa mille pazienti con varie patologie mediche, partorienti e neomamme.

A dirigere il Centro è padre Salvatore Pignatelli, medico, specializzato in patologie tropicali e pediatria, oltre che un buon medico, è un sapiente organizzatore e un dirigente che sa farsi voler bene dal personale, anche da quello laico locale. Padre Salvatore è anche un buon prete. È lui che si prende cura spiritualmente delle suore, le Figlie di san Camillo: celebra con loro e per loro l’Eucarestia quotidiana, è il loro confessore... La sua presenza di medico delle anime è altrettanto preziosa quanto quella di medico dei corpi. Infatti, colonne portanti del Centro, insieme ai religiosi camilliani (ed al non trascurabile personale laico, fra cui le insostituibili “sages femmes”, le levatrici), ci sono alcune Figlie di San Camillo della piccola comunità (otto suore in tutto, sette burkinabé e un’italiana, suor Bernarda).

La maternità e il centro di patologia neonatale sono i fiori  all’occhiello dell’opera, insieme con il servizio di assistenza alle mamme e ai bambini. Il reparto maternità è piuttosto grande. Ci sono in media 20 –30 parti al giorno. Ci sono stanze a più letti. Ma anche stanze a quattro, tre e due letti, con aria condizionata, per chi ha mezzi. Il ricavato andrà a beneficio di chi non può (e sono la maggioranza!). Un giro per questo reparto dà la netta sensazione che il mondo è ben lontano dalla fine: “troppi” bimbi e “troppo” belli! Anche qui, all’uso africano, accanto a neonato e puerpera il resto della famiglia in una piacevole confusione di panni colorati, di pentole e stoviglie, di pannolini e di “ué-ué”.  Il reparto maternità sembra davvero un “mondo a parte”, rispetto alle altre realtà del Centro. Sembra riprodursi la vita del villaggio, con i panni multicolori stesi in terra ad asciugare (ci vogliono pochi minuti, con il caldo secco che c’è), le pazienti sedute sui gradini delle camere a mangiare i cibi cotti da loro stesse o dai parenti; in un angolo un gruppo di giovani donne musulmane, avvolte nei loro mantelli colorati che le coprono da capo a piedi (ma li indossano soltanto per la preghiera).

Il centro di patologia neonatale è una vera benedizione: abbastanza bene attrezzato (è in grado di fare ecografie), aiuta a risolvere molti problemi dati dalle nascite premature, tutt’altro che rare. Il servizio di assistenza alle mamme e ai bambini somiglia davvero ad un formicaio. Non c’è un briciolo di spazio che non sia occupato, si circola a fatica. Tutto sembra un po’ folle… Si pesano i bambini, si danno alle mamme informazioni sulla migliore nutrizione, si praticano le vaccinazioni (TBC, antipolio, antimeningite, BCG…). I bambini con un deficit grave di nutrizione, sono alimentati attraverso sonde: vedere questi piccolini (talvolta dal peso di pochi chilogrammi, anche se hanno già alcuni mesi di vita) con un tubicino che spunta dalle loro narici così piccole e delicate, fa pena e impressione. È però il solo modo per salvarli.

Sempre al Centro, si forniscono aiuti per il così detto planning familiare, educazione igienico-sanitaria, educazione sessuale, prevenzione e informazione sulle malattie, specie l’Aids o Sida, secondo la dizione francese. C’è anche un reparto pediatrico, in cui vengono curati i bambini d’età superiore. Qui è molto diffusa la malaria, quindi sono frequentissime le trasfusioni e le perfusioni (per rimediare alle disidratazioni). Il Centro comprende anche un poliambulatorio per adulti, il servizio di radiologia, il reparto di odontoiatria, la radiologia ed il laboratorio di analisi e ricerche, oltre la farmacia. Al poliambulatorio presta servizio fratel Giovanni Grigoletto.

Un’altra delle attività dell’instancabile fratel Giovanni sono le adozioni a distanza. In Burkina non è raro trovare ragazzini abbandonati, oppure con genitori troppo poveri per mantenerli. L’adozione a distanza è veramente un istituto provvidenziale. Fratel Antonio Zanetti, infermiere, è il responsabile della farmacia del Centro.      

Il coprifuoco, al Centro, specialmente nel reparto maternità, arriva piuttosto tardi la sera. Fino all’ultimo, nelle varie stanze, per i corridoi, si intrecciano chiacchiere. Una maniera per esorcizzare la paura, il dolore, il senso di smarrimento per cose che non si capiscono, per la lontananza da casa, dai propri parenti. Lontano, oltre il cancello, si sentono i rumori della città, della vita ordinaria. Tutti sperano di tornarvi al più  presto, finalmente sani. La cittadella della salute non dorme mai del tutto, anche la notte ci sono i turni di guardia; le donne musulmane recitano l’ultima preghiera prima di ritrarsi, i padri e le suore le hanno già precedute in questo atto che tutti unisce; un cielo di velluto si stende teneramente sui malati e sui sani, come una coperta leggera e soffice. Domani comincerà un'altra giornata convulsa, ma sarà comunque un altro giorno.

In Africa in cerca della Chiesa

Fra qualche giorno, per la settima volta, tornerò nel Burkina Faso, in Africa, l’altra Africa, la vera Africa. L’Africa dei poveri villaggi di mattoni cotti al sole, dei bambini denutriti e martoriati dalle malattie, l’Africa dagli ampi spazi assolati e battuti dall’harmattan, il vento di sabbia che dal deserto del Sahara lancia come saette le sue fiamme di fuoco e polvere, bruciando sempre più i volti e gli occhi di una popolazione semplice, serena, ospitale. Ma anche l’Africa dei missionari, di tanti missionari che quaggiù lavorano senza pregiudizi, con l’entusiasmo dei primi apostoli del Vangelo parlano di Cristo, che annunciano una salvezza, certo eterna, ma che non li distoglie dal lottare per la liberazione dell’oppresso contro la fame, l’ingiustizia, le malattie, le divisioni tribali, le calamità naturali e il profitto delle multinazionali. L’Africa di un cristianesimo vivace, genuino che spesso cozza contro la morale borghese delle nostre comunità e la pastorale stanca e stantia delle nostre parrocchie, contro un cristianesimo, il nostro, non più profezia e buona novella che tanti cristiani subiscono quasi fosse una maledizione simile a quelle tremende epidemie che di stagione in stagione mettono a dura prova la sopravvivenza di un popolo, quello africano, sicuramente più forte di ogni avversità. Qui, nel Burkina, sono ancora evidenti i segni di un colonialismo veramente "selvaggio" iniziato già nel XVI secolo, con il commercio degli schiavi: trecento anni di rastrellamenti, di retate, di imboscate e cacce organizzate dai bianchi, spesso con l’aiuto di predoni arabi e alleati cristiani. Milioni di giovani africani furono deportati al di là dell’Atlantico e in Europa in condizioni disumane, stipati nelle stive come animali in gabbia (e ancora oggi, nel 2001, in Liberia, Sierra Leone, Sudan, Congo, Ruanda, Somalia... nuove forme di schiavitù, di soprusi, di stragi). Perseguitata e indifesa, l’Africa è stata spopolata, devastata, distrutta. Intere zone del continente restarono deserte, la macchia sterile ricoprì regioni fiorenti, ma soprattutto nella memoria e nella coscienza degli africani hanno inciso il colonialismo e lo sfruttamento economico, la spartizione arbitraria delle sue terre da parte delle potenze occidentali e l’aver favorito, incitato, armato conflitti etnici e tribali. Accanto a questi soprusi, le catastrofi climatiche, l’analfabetismo, la mortalità infantile che è la più elevata del mondo. In un fisico debilitato e denutrito anche le malattie meno gravi, un’influenza, una dissenteria, una infezione diventano letali. Quasi tutte le patologie conosciute sono presenti in Africa in forma endemica: malaria, colera, tubercolosi, febbre gialla, meningite, tifo, polio, bilharzosi... i virus più micidiali come Ebola o il morbo di Hansen, la lebbra, e oggi soprattutto l’Aids, che proprio qui nell’Africa sub-sahariana colpisce la popolazione più giovane falcidiando la manodopera lavorativa e riducendo a 47 anni la speranza di vita.

A favorire l’Aids certo contribuiscono la promiscuità sessuale incoraggiata da certe culture tradizionali e religiose (poligamia, islamismo), ma anche i conflitti etnici, le migrazioni forzate, la malnutrizione e il conseguente abbassamento delle difese immunitarie, l’assenza di cure e informazione, di scolarizzazione e prevenzione. Usanze atroci come l’escissione e l’infibulazione (mutilazioni dei genitali femminili) sono pratiche dure a morire, nonostante siano considerate illegali ufficialmente vengono di fatto praticate sul 90% delle donne: le conseguenze sulla salute sono gravi e talvolta fatali, emorragie, infezioni, tumori all’utero e alle ovaie, gravidanze a rischio, ma anche dal punto di vista psicologico e sociale è una pratica di dominio e di privazione della libertà individuale: in molte zone dell’Africa e del Burkina, alle donne, sottomesse alla volontà dell’uomo, sono richieste mansioni da animali domestici o da soma: trasportare acqua e legna, procurare il cibo, sfornare figli maschi. Ma allora a che serve andare quindici giorni in Africa, nel Burkina Faso, in uno dei paesi più poveri del mondo dove tutte le contraddizioni e le vicende del continente nero sono ampiamente presenti? Andiamo solo a consegnare medicine, pannelli solari, quaderni, materiale di ogni tipo per scuole e ospedali, denaro che con generosa fiducia molti ci danno perchè di persona lo portiamo, evitando pericolosi incidenti di percorso? Perchè andiamo nel Burkina, e in questi anni molte persone, tra cui diversi giovani della nostra Diocesi, hanno voluto conoscere e sperimentare "in diretta" la vita delle missioni, l’opera della Chiesa, di ordini religiosi e di volontari laici? Andiamo soprattutto per incontrare, sostenere, incoraggiare missionari innamorati di Cristo e della sua Parola di salvezza, di liberazione, di promozione umana; missionari che parlano di Gesù, della gioia di vivere e della speranza non solo con le parole, ma soprattutto con la vita, missionari che fanno maturare una coscienza di Chiesa genuina, evangelica, una Chiesa-famiglia di Dio. Missionari con un volto e una storia di ordinaria, quotidiana santità, non eroi, ma uomini e donne che senza alcuna sponsorizzazione mediatica fanno trasparire il sereno sorriso di Dio e danno continuità a quella schiera di santi che è il tesoro più prezioso della Chiesa e il miglior investimento per l’umanità. E allora, a ben riflettere, andiamo nel Burkina per ricevere e non per dare, per imparare il senso di Dio, per riscoprire l’energia liberatrice della fede, della condivisione, per disintossicarci da un cristianesimo di facciata, infantile, credulone e superstizioso, molto di più di quanto lo sia quello africano (e lo testimonia il successo e il potere da noi, di cartomanti, maghi, oroscopi, ciarlatani, anchorman televisivi onnipotenti, veggenti e visionari di ogni genere e specie). Un cristianesimo che nel nostro ricco e sazio occidente va alla frenetica ricerca di miracoli di guarigione, diavoli da cacciare e "madonne" da consolare, sempre pronte a versar fiumi di lacrime (meglio ancora se di sangue), reclamizzate da emittenti radiofoniche assai invadenti che minacciano spaventosi castighi sull’umanità, definita sempre corrotta, malvagia e miscredente. Un cristianesimo che, spesso con la compiacenza acuta delle gerarchie ecclesiastiche, s’allea col potente di turno, ama le "adunanze" oceaniche per mostrare i muscoli(!) e s’affida ad un miracolismo alla "padrepio" e ad un devozionismo lontano dal Vangelo che esalta il "santo frate" come una "star" divenuto ormai appannaggio di attori, attrici, vip, ballerine e frati dalla barba sempre più liscia e dalla borsa sempre più pesante ma che non ne imitano la scelta radicale di vita. Un cristianesimo che cerca di umiliare l’intelligenza (l’intelligenza della fede, beninteso!) con segreti di Fatima da svelare, immagini miracolose da guardare e da comprare, messaggi apocalittici da accogliere come parola di Dio e allora Medjugorje e un "padrelivio" qualsiasi diventano più importanti e autorevoli dispensatori di Grazia dello stesso nostro Signore. Povero Gesù che credeva nella libertà e nella capacità di aver fede nella sua Parola, senza per questo voler trasformare per forza le pietre in pani; povero "illuso" che cercava di non pubblicizzare i suoi miracoli, ma se ne fuggiva via quando questi diventavano centro di potere, povero "sognatore" che amò fino alla morte questa umanità e non volle umiliarla scendendo dalla croce, ma arrivò fino in fondo, fino al sepolcro, fino agli inferi, e risorto apparve solo a pochi e a chi aveva fede. Ecco, vado in Africa anche per questo: sono i miei Esercizi Spirituali, il mio "cammino", il mio fine settimana di spiritualità, il mio aggiornamento pastorale. Vado per toccare una Chiesa effervescente e dinamica senza tanti gruppi, gruppetti e movimenti, una Chiesa "estroversa" che sa abbattere i bastioni di tradizioni ammuffite per meglio far circolare la novità dello Spirito, una Chiesa dove soprattutto i giovani sanno essere "sentinelle" di Cristo senza essere "Papa boys". E’ commovente partecipare agli incontri di catechesi e alle liturgie: dal catechismo per l’infanzia a quello degli adulti, dalla preparazione al matrimonio alle prove di canto in ambienti semplici ma dignitosi, nessun sussidio speciale ma solo la Bibbia ed il Concilio: senza l’assillo dell’orologio e la schizofrenia del cervello si ha la percezione più autentica del "mistero" del Regno di Dio che cresce, lievita, matura di giorno in giorno. E allora il grande baobab, l’albero della savana, ricorda veramente l’evangelico granello di senape che diviene un albero gigantesco sul quale gli uccelli del cielo fanno i loro nidi e trovano riparo (Mt 13,31).

Non è possibile trasportare nella nostra vecchia Europa il baobab, ma l’entusiasmo e questi semi del Regno di Dio sì, e anche se non è oro tutto quello che luccica perfino nella Chiesa africana, il continente nero, ancora per un bel po', forse siamo noi.

don Sandro

 

Quale solidarietà con le missioni?

 

Di ritorno dal viaggio di "solidarietà con le missioni " nel Burkina Faso sono tante le emozioni e i ricordi impressi nel mio animo, soprattutto sento viva e profonda la percezione di aver fatto un’esperienza ecclesiale veramente autentica. Partendo per l’Africa avevo inviato al settimanale diocesano uno scritto sul significato di questo viaggio: trovo il testo pubblicato un po' cambiato, "censurato" (ma non importa, l’essenziale c’è!), soprattutto mi è piaciuto il titolo "in Africa in cerca della Chiesa", perchè ha colto la motivazione di fondo che spinge tante comunità, sacerdoti, laici a realizzare legami sempre più forti con le missioni e i missionari e soprattutto con le chiese locali. Trovo anche la lettera di don Gianluca dal Mozambico bella, vera, precisa sull’esperienza missionaria ma forse un po' troppo severa nei confronti di un precedente articolo e di una associazione che si era sensibilizzata e mossa per le missioni e i "poveri negri". Vorrei, senza nessuna voglia di polemica, sottolineare come l’attenzione alle missioni da parte di alcune comunità della nostra diocesi non si esaurisca solo in un sostegno di tipo materiale, ma dietro ogni gesto, anche di natura economica, c’è sempre un sacrificio, una rinuncia, un sentimento di autentico amore: è dalla preghiera, dalla fede genuina e semplice della nostra gente che ha origine la carità e la solidarietà che "portiamo" ai missionari. Se perfino Gesù nel Vangelo si "limita" ad usare come criterio di giudizio finale "anche solo un bicchiere d’acqua fresca dato in suo nome" (Mt 10,42; 25,31ss.), comprendiamo bene il valore immenso, non riconducibile a nessun parametro di mercato, di ogni segno d’amore che riusciamo a condividere con chi non ha o si trovi in condizioni di indigenza, non certo per scelta o per sua responsabilità. Don Gianluca fa bene a ricordare che la Chiesa esiste per l’evangelizzazione e che la missione della Chiesa è stata, è e sempre sarà l’annuncio di Cristo e la più autentica testimonianza cristiana è la condivisione, il vivere "con" la gente, nella semplicità delle fede, della comunione e della fraternità di piccole comunità dove ognuno è protagonista e la dignità battesimale è l’unico "titolo" che conti. Tuttavia non possiamo non considerare come l’evangelizzazione si accompagni alla promozione umana e come sia "giusto" da parte nostra condividere quello che abbiamo con chi manca del necessario per vivere: per giustizia (e la giustizia è la prima forma della carità) e non per pietà o assistenzialismo le nostre comunità dell’Occidente, tanto la Chiesa quanto la società civile e politica, devono radicalmente cambiare il loro modo di porsi in relazione ai paesi del terzo e quarto mondo e dell’Africa in particolare. L’anno scorso nella "Rivista del clero italiano" (ripresi abbondantemente anche dalla stampa cosiddetta laica) sono usciti due articoli di due missionari d.o.c. il saveriano Meo Elia e Piero Gheddo del PIME che hanno sapientemente, anche se con prospettive diverse, parlato della "missione" della Chiesa, del lavoro dei missionari, delle sfide che oggi toccano l’annuncio del Vangelo in un continente, l’Africa, che avrà nel prossimo futuro un ruolo sempre più rilevante per la Chiesa e per il mondo. Vorrei brevemente richiamare qui alcune delle considerazioni di Piero Gheddo, per il quale l’unica via per lo sviluppo dell’Africa è l’educazione, la formazione e sopratutto quanto l’Africa abbia bisogno di Gesù Cristo, citando Madre Teresa "la prima povertà dei popoli è di non conoscere Cristo". L’Africa ha bisogno di Cristo! I 7.000 missionari e missionarie italiani in Africa si limitano a scavare pozzi e curare i malati? No, annunziano con la parola e la testimonianza di vita che la salvezza viene da Cristo, come noi stessi abbiamo potuto ammirare nel volto rude e nelle parole piene d’affetto di fratel Vincenzo nel fasciare ed abbracciare i suoi lebbrosi. La missione della Chiesa non è una Croce Rossa di pronto intervento là dove ci sono piaghe da sanare, profughi da assistere, affamati da nutrire. Certo le medicine, le strutture, gli aiuti sono importanti e necessari, ma di più lo è una carezza, un abbraccio, una parola per sperare, per sorridere, per andare avanti: questo fanno i missionari, questo sono i missionari, una presenza "sacramentale"di Gesù Signore. Non esente da fraintendimenti pericolosi è stata secondo Gheddo anche la campagna ecclesiale, in occasione del Giubileo, per il debito estero: la CEI trattando gli aspetti finanziari del debito non ha spiegato che, anche perdonato tutto il debito, se non cambia nulla nei paesi interessati, fra cinque anni saranno più indebitati di più di oggi. Non ha detto che il contributo maggiore della Chiesa italiana allo sviluppo integrale dell’Africa sono i 7.000 missionari, missionarie, volontari laici che donano la vita per portare il messaggio nuovo e sconvolgente di Gesù Cristo, è l’educazione delle coscienze secondo i valori del Vangelo, la dignità di ogni essere umano.  Anzichè chiedere solo soldi, continua P.Gheddo, perchè non chiediamo che giovani diano la loro vita, il loro tempo, le loro energie come missionari: se, accanto ai missionari per vocazione, ci fossero non 300 volontari laici come oggi, ma 50.000 giovani di grandi ideali disposti a sacrificarsi per qualche anno, sicuramente l’Africa e gli altri "paesi sottosviluppati" avrebbero maggiori speranze di progresso, anche se altri fattori sociali, politici, economici dovrebbero intervenire a determinare la crescita integrale di questi popoli, ancora oggi facile preda di un nuovo e più pericoloso colonialismo. I missionari spesso sono applauditi, ma poco spesso aiutati e imitati nel loro approccio fraterno e disinteressato: è quanto mai importante allora che comunità ecclesiali, associazioni, singoli cristiani siano loro vicino, facciano sentire concretamente la loro solidarietà, li incontrino proprio là dove essi giocano la vita per Uno che la vita l’ha giocata sul serio per tutta l’umanità. Ogni volta che abbiamo visitato le varie missioni, incontrato realtà sociali ed ecclesiali completamente diverse dal nostro stile di vita e di fede, abbiamo vissuto una forte esperienza di fraternità, di comunione, di incoraggiamento e stimolo reciproco, non tanto per "le cose" o gli "aiuti" portati quanto per il contatto umano e il vicendevole scambio di esperienze, conoscenze, sensibilità, l’attenzione alla persona, alla sua storia, alla sua condizione, il mettersi l’uno accanto all’altro senza nessuna presunzione di essere più grandi o migliori. Ma il risultato più evidente di queste esperienze, di questi viaggi è la riscoperta di un nuovo stile e di una nuova coscienza umana ed ecclesiale: una maggiore semplicità di vita, l’esercizio del consumo critico, il sostegno al commercio equo e solidale, investire nella finanza etica, partecipare con la carità delle proprie risorse a progetti seri e affidabili. Anche se rimaniamo solo per pochi giorni, la solidarietà con le missioni diviene per tutti un dono, uno stile di vita secondo quelle parole scritte non so da chi, non so dove "l’amore qualifica chi ama, non chi è amato".

don Sandro

 

Reportage dalla Missione in Burkina Faso (gennaio/febbraio 2005)

 

In missione con i ....Santi

 

Quest’anno, il mio annuale viaggio in Africa, si è svolto in compagnia di due figure “veramente eccezionali”: Santa Teresa del Bambino Gesù e il servo di Dio Charles de Foucauld. No, state tranquilli, il sole non mi ha dato alla testa, né ho avuto “visioni”. La presenza di questi due giganti della fede, che hanno illuminato con la loro vita e la loro santità i grigiori del secolo appena trascorso, secondo la felice intuizione di un grande teologo come il Padre Congar, ha caratterizzato l’esperienza a contatto con i missionari e reso manifesta la vivacità e il desiderio di santità di una chiesa giovane e dinamica come quella burkinabè. Andiamo per ordine.

Da metà gennaio, l’urna con le spoglie mortali di Santa Teresina, Patrona delle Missioni e Dottore della Chiesa, sta facendo il pellegrinaggio delle diocesi del Burkina Faso: accolte solennemente da tutto l’episcopato, sacerdoti, religiosi e religiose, ma soprattutto da una folla innumerevole di credenti, la “piccola Teresa”, rimasta sempre chiusa nel Carmelo di Lisieux, vive in maniera quasi reale quello che era stato da sempre il suo più grande desiderio: la vita per le missioni. “Nel cuore della chiesa, mia madre, io sarò l’amore” : questa frase che esprime il carisma specifico di santa Teresa, della sua vita di preghiera e di offerta d’amore per l’evangelizzazione dei popoli, ha segnato l’annuale pellegrinaggio dei cristiani al Santuario mariano di Yagma, alla periferia di Ouagadougou e la giornata di spiritualità con i malati che la Parrocchia e il Centre Médical di S. Camillo hanno sapientemente fatto vivere ad una folla immensa di ragazzi, giovani, adulti e soprattutto malati di ogni genere che dalle 15,00 del pomeriggio fino alle 23,00 della notte si sono stretti intorno all’urna delle reliquie con danze, canti, invocazioni e momenti di silenzio e venerazione che mi hanno lasciato profondamente commosso. Mai ho visto tanta fede, tanta semplicità di fede e soprattutto tanta intensa preghiera: le circa otto ore (compresa la Santa Messa) sono passate meravigliosamente, nonostante il caldo e il vento sabbioso della savana.

L’altra figura che ha accompagnato il mio viaggio in terra d’Africa è forse meno conosciuta, rispetto a santa Teresina, dal grande “pubblico” dei credenti: Charles de Foucaild, nato nel 1858 da una aristocratica famiglia francese, militare, dalla vita dissoluta e ribelle, esploratore del Marocco e del Sahara, dopo una lunga crisi mistica si converte a Parigi entrando per caso nella chiesa di S.Agostino, decide di farsi trappista, poi domestico delle clarisse di Nazateth, infine prete e monaco, trascorre gli ultimi anni nel nascondimento totale e nella preghiera di adorazione come “fratello universale” nel deserto del Sahara, prima a Beni-Abbés, poi nell’Hoggar algerino, infine fra i tuareg di Tamanrasset. Qui, il 1 dicembre 1916, muore a causa di una banda ribelle ucciso con un colpo di fucile da un ragazzo di 15 anni. Muore solo, senza nemmeno un compagno, vittima della violenza nonostante tutta la sua vita fosse stata dedita all’accoglienza e alla testimonianza silenziosa dell’amore, al prossimo e a Gesù-Eucaristia.  Passeranno più di vent’anni prima che la sua eredità spirituale e il suo carisma trovasse seguito nei Piccoli Fratelli e nelle Piccole Sorelle di Gesù e poi in altre forme di vita apostolica. In questo anno Charles de Foucauld sarà Beatificato a Roma.

Nella terra d’Africa, nel Burkina Faso, paese al limite del grande deserto del Sahara, tanto amato da Ch. De Foucauld, per volere del vescovo Mons. Philippe Ouedraogo il 2 febbraio c’è stata la prima professione di un monaco (accompagnato da 5 novizi) che si ispira alla spiritualità di Charles de Foucauld e di fatto prende vita un monastero di clausura, con annesso un piccolo eremo. La comunità parrocchiale di Porto S.Stefano conosce molto bene Mons. Philippe e circa tre anni fa, tramite il sottoscritto, aderì all’appello per aiutare e sostenere la costruzione di questo monastero (insieme alla Cattedrale, al seminario e ad un piccolo dispensario medico). Segno della risposta che in questi anni ha accompagnato la realizzazione di queste opere, durante la celebrazione della consacrazione monastica, è stata la consegna di una campana che segnerà il ritmo della preghiera e dell’adorazione in pieno deserto. E’ stata una cerimonia semplice, povera, ma di grande intensità spirituale: l’Africa non ha solo bisogno di medicine, ospedali, scuole o pozzi, l’Africa, ma anche il resto del mondo, soprattutto, ha bisogno di Cristo, ha bisogno del vangelo, ha bisogno di semplicità, di autentica spiritualità e preghiera.

Ecco il viaggio di quest’anno, in terra missionaria, a diretto contatto con i missionari, è stato segnato dalla presenza di queste due figure di grande spiritualità e santità. Ovvio che non sono mancate le visite alle scuole con i vari progetti di adozione scolastica, la visita alle strutture ospedaliere dei Padri Camilliani (Centro Medico, Ospedale di Nanoro, Centro di accoglienza per i malati terminali di AIDS, il lebbrosario e altri dispensari e centri sanitari), la distribuzione, fra le varie strutture missionarie, del materiale inviato durante l’anno attraverso due container.

Un grazie sincero a tutti, privati e istituzioni pubbliche, che sia in occasione del viaggio, sia durante l’anno hanno dimostrato tanta sensibilità e generosità permettendo la possibilità di promuovere diversi progetti di cooperazione e solidarietà  a favore di una delle popolazioni più povere del pianeta.

                                                                                                            don Sandro

Cammino di carità nel cuore dell’Africa (2007)

Burkina Faso: gioie e dolori in terra africana

Anche quest’anno per la dodicesima volta mi sono recato, accompagnato da un gruppetto di parrocchiani e da un sacerdote di Napoli mio compagno di Seminario, in Africa (Burkina Faso e Mali) per rinsaldare i vincoli di comunione e cooperazione che  legano la nostra Chiesa con le missioni.

Al nostro arrivo all’aeroporto siamo stati accolti da due vescovi, Mons. Philippe e Mons. Joachim, dai Padri Camilliani, dalle suore, da alcuni sacerdoti burkinabè delle Diocesi di Ouahigouya e Dori. Un clima di famiglia, di fraterna amicizia ha accompagnato il nostro soggiorno e i vari incontri. Tra i più significativi: la condivisone delle attività pastorali e sanitarie della comunità camilliana diversificata nei vari settori (la parrocchia, il Centro medico, il Centro di accoglienza per i malati terminali di AIDS, le suore con le loro molteplici attività educative e di supporto al Centro medico). Entusiasmante è stata la nostra presenza alla vita ecclesiale della chiesa burkinabè come il pellegrinaggio e la Messa ricca di canti e danze culminanti con l’adorazione eucaristica al santuario mariano di Yagma, la partecipazione all’erezione di una nuova parrocchia intitolata al beato Charles de Foucauld a Sabsè con una celebrazione di oltre cinque ore, la benedizione dell’altare della nuova cappella del Seminario di Ouahigouya, l’incontro con i seminaristi, i superiori e il dono un po’ particolare di 22 completi da calcio della Fiorentina inviati da don Antonio Metrano a ricordo del suo 25° anniversario di sacerdozio, subito indossati con orgoglio dai giovani “campioni” (nella foto).

            Durante il soggiorno abbiamo potuto consegnare il materiale inviato dalla parrocchia di S. Stefano tramite un container: materiale sanitario e medicinali con un’autoambulanza, 6 impianti voce per chiese, materiale scolastico, vestiario, generi alimentari, attrezzature da lavoro, arredi liturgici. Anche quest’anno è stata fatta un’escursione in Mali, nella diocesi di Mopti dove accolti e ospitati dal vescovo Mons. Fonghoro abbiamo consegnato una discreta somma di denaro per sostenere l’attività pastorale di una diocesi grande quanto l’Italia con appena sei parrocchie e appena il 2% di cristiani in una terra a forte maggioranza mussulmana e animista. Particolarmente gradito il dono di 6 ostensori consegnati al vescovo per le sei parrocchie in preparazione al prossimo Congresso Eucaristico: l’Africa ha soprattutto “fame” di Cristo, non solo di pane!

Gli ultimi giorni della nostra visita li abbiamo dedicati ai bambini delle adozioni scolastiche a distanza. Suor Maria e suor Edwige a Tougouri, suor Esther a Nanoro ci hanno accompagnato nelle varie scuole per verificare il lavoro svolto nel campo dell’educazione e dell’istruzione: è questo un altro importante tassello dell’aiuto allo sviluppo dell’Africa e della chiesa. A Nanoro non poteva non mancare la visita al Centre medical Saint Camille, l’ospedale dei camilliani che in questi anni ha visto concentrato lo sforzo dei nostri aiuti e della nostra cooperazione. Purtroppo abbiamo vissuto anche il dolore dei camilliani per l’improvvisa morte in un incidente d’auto di P. Gilbert Compaorè, direttore del Centro medico e uno dei religiosi con cui negli anni si è consolidata l’amicizia, la stima e la collaborazione. La sua morte ci ha messo a contatto con la profondità della fede dei burkinabè: tutti, sacerdoti, novizi, suore, laici ci hanno dato una testimonianza di coraggio e di speranza cristiana fuori dell’ordinario. Sarà la continua vicinanza con il dolore, la sofferenza e la morte ma anche in questo avvenimento tragico abbiamo riconosciuto la forza e la dignità del popolo africano, la serenità di una comunità religiosa che ogni giorno si spende, alla sequela del Cristo, per sollevare le ferite della povertà, dell’emarginazione e della malattia.